|
-->
|
27 gennaio 2012 LA LETTERATURA RICORDA LA SHOA’
27/01/... ACCADDE OGGI Ancora oggi non si può fare a meno di sfogliare la pagina più atroce, più vergognosa della storia della Germania moderna. Non si può strappare all’indifferenza umana, la morte di 6 milioni d’ebrei nei campi di concentramento nazisti. Gente inviata nei campi di sterminio, perché considerata “razza inferiore”. Primo Levi fu deportato ad Auschwitz ai primi mesi del 1944 con altri ebrei italiani del campo di concentramento di Fossoli. La mostruosa esperienza del Lager nazista, chiamato campo di lavoro, ma in realtà campo di sterminio, gli suggerì: “Se questo è un uomo”, uno dei libri più alti della letteratura europea ispirata ai campi di concentramento. In queste pagine Primo Levi ci mostra un mondo infernale, in cui tutto è desolazione e squallore, in cui si “lotta per mezzo pane” e si muore “per un sì e per un no”. IL lager è regolato da meccanismi spietati: poche ore di sonno e poi veloce verso le latrine e il lavatoio. Il ritmo è svelto, perché inizia la distribuzione del pane: Brot-Broit-Chkeb-Pain-Lechem-Kenyer, pane in tutte le lingue che si parlano nel Lager, popolato di prigionieri d’ogni paese. Il lavatoio è un luogo poco invitante. L’acqua non è potabile, ha un odore disgustoso, le pareti sono decorate di pitture murali, che hanno lo scopo d’insegnare ai prigionieri come devono comportarsi. Il rapido e distratto sguardo di un sottufficiale delle SS, basta a decidere, chi deve continuare a vivere la vita del lager, chi dovrà passare alla camera a gas. Anche Dio è assente nel lager: è stato distrutto insieme con l’immagine dell’uomo. Nel 1933 inizia in Germania la persecuzione razziale. La famiglia ebrea Frank composta dalla ragazza tredicenne Anna, dalla sorella maggiore Margot e dai loro genitori si trasferisce ad Amsterdam, ma nel 1940 i nazisti occupano l’Olanda e anche lì cominciano i rastrellamenti degli israeliti. Nel luglio del 1942 i Frank, insieme alla famiglia Van Daan e al dentista Dussel, si chiudono in un alloggio segreto, aiutati da alcuni amici che li riforniscono di viveri. Vi rimangono due anni, finché il 4 agosto 1944 la polizia tedesca li scopre e li deporta nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, dove muoiono tutti, tranne il padre di Anna. Finita la guerra, nel nascondiglio sarà ritrovato il diario tenuto dalla ragazza in forma di lettere all’immaginaria amica Kitty. Queste pagine commuoventi e ingenue, seppure rivelatrici di una precoce maturità, sono pubblicate nel 1947 col titolo “La retrocasa.”In queste lettere traspare il desiderio sconfinato di vita, d’allegria, mentre la tragedia che incombe sembra persino proibire i sogni e gli entusiasmi irrepetibili della giovane Anna Frank. Ho cercato in queste poche righe di riassumere i terribili eccessi del nazismo tedesco. Come riferimento letterario ho nominato Primo Levi e Anna Frank, perché con la loro testimonianza hanno narrato la tragedia chi li ha visti protagonisti. Con questi scritti autobiografici, gli autori riescono a descrivere, con accenti di cristiana rassegnazione e con incisiva semplicità di linguaggio, le indicibili sofferenze patite. Non è espresso esplicitamente, ma in queste opere si avverte l’atto d’accusa contro le violenze subite dal regime nazista. Di seguito è riportata la testimonianza di un deportato. “C’erano l’abbrutimento completo, il lavoro forsennato, la furiosa brutalità dei capi. I detenuti non beneficiavano di cinque ore effettive di sonno, perché erano tormentati dai parassiti. Il riposo domenicale del pomeriggio era stato soppresso, ma in compenso legnate tutto il giorno, i cani costantemente alle calcagna, l’ossessione della minima mancanza, la razione diminuita, la mancanza totale di cure mediche, le terribili esperienze dette scientifiche dei trapianti umani e le camere a gas. (Dr. Goude)
permalink | inviato da fabilux il 27/1/2012 alle 15:56 | |
| sfoglia dicembre |
